Sono nato a Salsomaggiore Terme (Parma) nel 1955 e risiedo a Piacenza. Sono sposato dal 1978 con Graziella.
Ho una figlia, Margherita, e una grande passione: la politica, che per me significa lavorare per costruire il futuro della nostra comunità.
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sabato 27 aprile 2019

Commerazione 25 aprile - Fiorenzuola 27 aprile 2019




In occasione della manifestazione per la ricorrenza del 74° anniversario della Liberazione, come Presidente Provinciale della Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani di Piacenza, ho avuto l'onore di tenere il discorso commemorativo che è riportato a seguire.





Cari compatrioti di Fiorenzuola,
e, se mi consentite, anche cari concittadini, dato che ho passato la mia giovinezza proprio in questa città dove mio padre lavorava allo stabilimento Agipgas e mia madre faceva la maestra;  è per me un onore celebrare con voi oggi, in questa bella Val d’Arda che ha vissuto,  attraverso la Divisione Partigiana ad essa intitolata, in prima linea il periodo resistenziale e nel dopoguerra è stata esempio, non solo per la nostra provincia, di una partecipazione alla vita politica sempre attenta ai contenuti ed ai valori e, pur nella forte contrapposizione ideologica, sempre affrontata da una classe dirigente rispettosa di tutti, anche degli avversari.
Siamo qui oggi a celebrare il 74° anniversario della Liberazione dell’Italia dalle forze nazifasciste e dell’avvio del percorso che avrebbe condotto alla Repubblica e alla Costituzione, e dobbiamo, tutti, affrontare questa ricorrenza in modo convinto e unanime.
Intanto perché il 25 aprile 1945 ha rappresentato la cacciata dall’Italia dell’invasore tedesco; che sotto le insegne di una Stato fantoccio, la cosiddetta Repubblica di Salò, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, aveva inteso governare, attraverso una struttura burocratica non dotata di potere autonomo effettivo (che in realtà era detenuto dai tedeschi), parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi; dopo l'armistizio di Cassibile, sottoscritto il 3 settembre 1943 (e reso noto l’8 settembre) tra il Capo del Governo ufficialmente in carica, Pietro Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III a nome dell’Italia, e gli Alleati.
Un fatto storico così chiaro e semplice dovrebbe già di per se rendere sufficiente la celebrazione unanime della ricorrenza del più importante avvenimento che ha segnato la storia e ha dettato il felice futuro del nostro Paese al pari delle vicende del 1861 che hanno portato all’Unità d’Italia.
Ma così non è: per questo, è maggiormente doveroso, come cittadini, fare memoria non solo dell’evento ma anche di tutti quei coraggiosi, uomini e donne, che in vari modi e forme, combatterono per costruire un’Italia libera e democratica; ai tanti partigiani che furono privati della vita, per il loro impegno e per la loro scelta a favore della libertà e della democrazia.
Un numeroso esercito di volontari della libertà tra i quali permettetemi di ricordare:
- Francesco Daveri, avvocato, capo del Comitato di Liberazione Nazionale di Piacenza, cattolico praticante e convinto, morto di stenti il 13 aprile 1945 all’età di 42 anni in un campo secondario di Mauthausen;
- don Giuseppe Beotti, sacerdote, aveva 32 anni il 20 luglio 1944 quando i nazi-fascisti lo fucilarono, insieme a don Delnevo e al seminarista Subacchi, al muro di sostegno della strada davanti alla chiesa di Sidolo in Comune di Bardi nella parte della montagna parmense della diocesi piacentina;
- Giuseppe Berti, classe 1899, insegnante di filosofia, promotore e animatore dell’Azione Cattolica piacentina, partecipò alla fondazione del Partito Popolare e si impegnò strenuamente nella difesa della libertà, subendo anche violenze fisiche dai fascisti fin dal 1923. Durante la seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza nel cremonese, seguendo i suoi giovani arruolati nelle formazioni partigiane.  Morto nel 1979, per lui, come per don Beotti, è in corso il processo di beatificazione.
- Don Giuseppe Borea, parroco di Obolo, una piccola frazione nella montagna in Comune di Gropparello. Cappellano della Divisione Valdarda, difensore dei deboli e dei perseguitati di qualsiasi parte essi fossero; il 9 febbraio 1945 all’età di 34 anni viene fucilato davanti al muro del cimitero di Piacenza a seguito di un processo farsa.

Spiegava il prof. Giorgio Campanini, intervenendo nel 2011 a Piacenza al Convegno dal titolo:” La Diocesi piacentina tra l’Altare e la Storia” nel periodo resistenziale: “….. vi fu (dopo l’8 settembre 1943 ndr) in primo luogo l’opposizione silenziosa di vescovi e parroci che rifiutarono ogni legittimazione di quel potere costituito, rifiutarono ogni compromissione, si chiusero in un silenzio tuttavia operoso perché si espresse nel sostegno dato da monasteri, conventi e parrocchie ai partigiani. Si espresse con l’ospitalità accordata spesso a rischio della vita ad ebrei e a prigionieri di guerra…………..c’è stata la Resistenza maggiore, quella armata, e quella minore, la passiva e silenziosa?.......certamente la Resistenza armata è accompagnata dall’azione della Resistenza passiva che è stata non meno importante e, forse, decisiva nel favorire la presa di distanza definitiva degli italiani, non soltanto della parte più attiva del cattolicesimo, dalle ideologie totalitarie……….questa Resistenza silenziosa dei cattolici ha contribuito in modo determinante a svuotare di ogni possibile legittimazione popolare la violenza del potere. Ha dato luogo conseguentemente ad un progressivo e sempre più marcato isolamento cui furono costretti gli occupanti tedeschi e i loro servi italiani…”
Il 25 Aprile dunque come festa di tutti gli italiani che, pur di diversa provenienza politica, culturale o religiosa, hanno creduto e combattuto per un’Italia nuova, libera e democratica.
Celebrare il 25 Aprile, cari compatrioti, è celebrare la Resistenza e celebrare la Resistenza significa onorare la Costituzione: non vi sarebbe stata la Repubblica, non vi sarebbe stata la Costituzione, non vi sarebbe stata la Nuova Italia Democratica, senza la Resistenza.
La nostra Carta Fondamentale, entrata in vigore il primo gennaio 1948, 71 anni fa, nacque da una commistione feconda tra le culture che Giuseppe Dossetti (capo del CNL di Reggio Emilia, poi deputato, in seguito divenuto sacerdote), componente della Costituente, definiva: liberale, cattolica e socialcomunista. Una Carta capace di riportare pace e libertà in una comunità umana che aveva perso i modi, le ragioni e le motivazioni per stare insieme.  Essa non fu soltanto frutto di un accordo politico, ma la rifondazione risorgimentale di una nuova unità. Senza l’esperienza della collaborazione nella Resistenza questa unità non avrebbe potuto avvenire. Essa fu voluta, condivisa e approvata da schieramenti e forze ideologiche manifestamente contrapposte ma unite da un collante misterioso, silente ma efficace.
E proprio l’apporto nella Lotta di Liberazione dei partigiani e dell’adesione spontanea della maggioranza della popolazione ha fatto sì che gli Alleati concedessero al nostro Paese la possibilità di dotarsi di una Costituzione autonomamente scelta senza nessuna imposizione esterna (come invece è capitato per la Germania ed il Giappone).

Quindi la Lotta di Liberazione ed il fenomeno Resistenziale sono stati visti, da tutti i Paesi che hanno combattuto per liberare il mondo dal nazi-fascismo, come la voglia dell’intero popolo italiano di cancellare il passato e di aprire lo sguardo ad un futuro nuovo, completamente diverso, che non avesse più nulla a che fare con ogni forma di totalitarismo e di violenza.
Proprio per la brutalità, violenza e negazione dei diritti personali che aveva contraddistinto il ventennio, il Fascismo è stato messo al bando, quale forma partitica, dalla nostra Costituzione.

Ma oggi nella ricorrenza del 74° anniversario della Liberazione abbiamo necessità di dire qualcosa di più, di attualizzare il messaggio.
Mi pare infatti riduttivo e non sufficientemente comprensibile a tutti, il concetto legato alla negazione del fascismo, che pure resta nella sua interpretazione originaria che ne dà la Costituzione, ma mi pare opportuno richiamare il fatto che è necessario oggi combattere il fascismo, come tutte le altre espressioni dei regimi dittatoriali, in quanto prepotenza e sopraffazione, in quanto ricerca dell’affermazione a tutti i costi, in quanto negazione dei diritti e delle libertà personali.
Quello che oggi si definisce fascismo non è più la riedizione del partito di Mussolini, ma è qualcosa di più sottile e subdolo.
E’ un modo di essere e di comportarsi di chi fa attività politica affidandosi alla prepotenza ed alla prevaricazione; di chi fa della politica urlata per intimorire l’avversario - sempre considerato un nemico - il proprio modo di essere, di chi fa politica attraverso l’uso costante della calunnia e della diffamazione per sconfiggere chi non la pensa come lui, di chi fa politica richiamando la necessità di maggiore ordine, che come ci ha ricordato il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “.. Non può essere barattato con la Libertà...”.
Comportamenti che hanno potuto fare presa anche a seguito della difficile situazione economica, sociale e culturale del Paese; a fronte del quale si registra la riviviscenza di diverse forme di populismo che, come è noto, rischiano spesso di trasformarsi in autoritarismo.
Il rischio che corriamo è davvero serio e reale, soprattutto se si considera come la crisi abbia messo a nudo quanto di finto e di sbagliato negli anni si sia compiuto, col mito dell’economia e della finanza, con il sistema delle raccomandazioni, delle conoscenze influenti e della collusione col potere, che hanno umiliato il merito e la competenza, la moralità, l’etica, la correttezza e la legalità.
 "Chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada; la quale non può che condurre al precipizio. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema, spirituale e morale". Così scriveva tanti anni fa Luigi Einaudi, cogliendo il senso di un problema che ha radici profonde e può essere risolto solo ripartendo dai valori fondamentali della crescita della persona umana.
Che sono poi i valori sui quali è nata e si è sviluppata la Resistenza e che sono stati così mirabilmente riassunti nella Carta Costituzionale.
Allora io credo,  cari compatrioti che ricordare la Resistenza possa  aiutare anche ad affrontare le sfide del futuro, con speranza e con rinnovato entusiasmo, nella consapevolezza che un avvenire  sereno per l’Italia è possibile se affrontato alla luce dei  valori  di un nuovo umanesimo, quale quello sancito e affermato nei principi fondamentali della Costituzione Italiana: il principio della libertà: personale, religiosa e di  pensiero; quello  della democrazia, della pace, del lavoro; dell’inviolabilità dei diritti umani; della solidarietà politica, economica e sociale; della sussidiarietà.
Quegli stessi valori che unirono gli italiani oltre settant’anni fa, sono gli stessi valori intorno ai quali una nuova pacificazione sociale si può costruire nell’interesse del Paese.
Oggi dunque, in occasione del 74° anniversario della Liberazione, dobbiamo interrogarci su come, ai vari livelli, viviamo e sosteniamo i valori propugnati dalle persone che commemoriamo; su come, ognuno di noi personalmente vive e si comporta, non solo reclamando diritti ma ricordandosi anche dei doveri che ha nei confronti della comunità.
Per questo è per noi facile convenire che ricordare oggi i nostri Resistenti non è esercizio ne superato ne retorico, ma necessità. Necessità di recuperare modelli ed esempi di uomini veri, reali, impegnati e coraggiosi, a cui ispirarci.
Testimoni, di cui abbiamo bisogno, e che spetta a noi non solo ricordarne le gesta ma far rivivere con l’esempio nostro personale.
E‘ per questo che voglio concludere queste mie riflessioni con le parole di Felice Fortunato “Nato” Ziliani, comandante partigiano col nome di battaglia “Griso”, alfiere dalla prima ora dei Partigiani Cristiani e storico direttore, fin dalla sua costruzione, dello stabilimento Agipgas di Fiorenzuola d’Arda:
“La Resistenza che continua deve preservarci dall’abitudine del comodo quotidiano, dell’indifferenza verso i problemi degli altri, come se non fossero anche i nostri.
Di questi sentimenti devono essere permeate le nostre azioni, dobbiamo essere ancora una volta con un solo spirito: quello del bene comune.
Ciò è vivere, non sognare “

E con queste belle parole che ricordano ad ognuno di noi l’importanza ed il significato profondo della responsabilità personale, permettetemi, di mandare un ultimo saluto a Francesco Daveri, a don Giuseppe Beotti a Giuseppe Berti, a don Giuseppe Borea e al “Griso” che insieme a mio padre Giovanni, partigiano combattente e ferito in battaglia, ed all’amico carissimo, Fiorenzuolano doc, Pino Moruzzi, mi inculcarono l’amore per la nostra Patria.
Anche a nome loro viva la Resistenza, viva la Repubblica, viva la Patria.

Mario Spezia
Presidente Provinciale

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